martedì 30 aprile 2013

Mancanze altrui

"Ma mamma, dov'è il bidet in questo bagno?"
"Eh, bella domanda amore. Fuori dall'Italia il bidet non ce l'ha quasi nessuno"
"Ah. E perché?"
"Perchè sono un po' zozzoni e non si lavano il sedere amore" bisbiglia acida lei.
"Ah. E perché?"
In questi giorni i brambillini fanno il bidet nel lavandino, mentre Mamma si è organizzata con la doccia, con tutta la comodità che ne deriva.

"Ma mamma, perchè non tiri giù la serranda?"
"Eh, bella domanda Dede. Pare che fuori dall'Italia non ce l'abbia quasi nessuno"
"Ah. E perché?"
"Devono essere un po' pazzi..."
"Ah. E perché?"
Dove mancano le tapparelle la notte è breve, ecco perché.
Un po' perchè si è a Nord, e il sole tramonta tardi e sorge presto, un po' perchè i tapini si sono dovuti portare dietro Macco, e appena lui vede la luce non ce n'è più per nessuno.
Ma se qualcuno alle 7 del  mattino stesse ancora dormendo, ci pensa il parroco della chiesa accanto a scampanare allegramente e senza tregua per salutare con gioia il giorno fatto.

E poi ci sono le piastre elettriche al posto dei fornelli, perchè il gas nelle case non arriva, ma questo a Dede non interessa. E azzeccare la temperatura è un terno al lotto, visto che anche se abbassi la potenza la piastra rimane rovente, infischiandosene del cibo che brucia.

E Mamma pensa ai suoi bei fornelli, nella sua casa silenziosa con le serrande e il bidet, dove non si è bruciato  mai niente.

lunedì 29 aprile 2013

Il dente

Giovedi sera si era fatta solo la doccia, senza capelli, perchè con quel phon da viaggio impiega ore ad asciugarli e lo fa il meno possibile.
Venerdì Mamma è finalmente andata dal dentista, dopo un'approfondita ricerca su internet: qui ogni dottore viene valutato dai pazienti, un po' come hotel e ristoranti, e in base ai commenti puoi scegliere quello che preferisci.
Mamma ha scelto ovviamente quello col punteggio migliore, e ha attraversato quasi tutta la città per andare da lui. Ad occhio e croce sei minuti di macchina, compresi i semafori.

E' arrivata nello studio dicendo che non aveva poi tanto male, che forse poteva pure andarsene se loro erano impegnati, ma l'hanno fatta rimanere.
Poi ha parlato con l'infermiera e le ha spiegato che aveva dolore da diversi giorni, ma niente di che, in fondo ci resisteva benissimo. Ma neanche lei l'ha fatta andare via.

Dopo aver dato il computer ai bambini nella sala d'attesa, si è seduta in poltrona ad aspettare. Ogni tanto si guardava le mani per vedere se tremassero, ed erano straordinariamente ferme, nonostante la sensazione di panico assoluto. 
Avrei dovuto fare il chirurgo, con delle mani così.
E poi è entrato il carnefice.
Lui.
L'unico, vero e solo dentista della sua vita, ora e sempre. Il Dentista, quello che quasi quasi ti dispiace avere soltanto una trentina di denti, perchè averne il doppio significherebbe doppie visite... insomma, è entrato lui in tutta la sua bellezza e Mamma ha pensato "Ma che cavolo non ho nemmeno lavato i capelli!"
Ha provato ancora a rinviare, ma alla fine il verdetto è stato: togliere il dente del giudizio. Ora o la settimana prossima? Stava già per rispondere l'ovvio, adducendo banalissime scuse di comodo, quando lui ha deciso per lei: ORA, altrimenti ti rovini il weekend.
E' pure sensibile!

E così adesso Mamma ha un dente in meno, ma un sogno d'amore in più.
Per fortuna le ha trovato un altro paio di cariette.
Ma prima, andrà senz'altro a comprare un phon.

venerdì 26 aprile 2013

Karlsruhe

Tre anni fa i brambilli sono partiti da Karlsruhe che sfioriva l'estate, e oggi ci tornano che è un tripudio di primavera e colori.
Karlsruhe è sempre fiorita, ed è incredibile quanto sia bella perfino la periferia più anonima se la vesti di fiori.
A Karlsruhe ogni aiuola è attentamente curata, e disegnano geometrie speciali con tulipani e narcisi e viole dai colori dell'arcobaleno.

A Karlsruhe i bambini la fanno da padrone, e tutto ruota intorno a loro.
Non c'è negoziante che non dia loro un dolcetto, o uno studio medico senza un angolo per farli giocare. Non c'è un parco senza scivoli, nè quartiere senza parchi.
A Karlsruhe dal lavoro si esce alle 16, e le famiglie vanno al parco in bicicletta con mamme e papà superatletici e due-tre-o-quattro figli al seguito con una bandierina attaccata dietro le bici.
"Così le macchine li vedono anche se sono bassi, e ci stanno attente" aveva spiegato Brontolo a una Mamma che non riusciva a credere che qualcuno potesse stare attento ai figli altrui.

A Karlsruhe è vietato suonare il clacson, e questo rende il traffico tutta un'altra cosa.
Se devi uscire da un parcheggio, l'auto appena dietro di te si ferma per farti passare, se devi attraversare ti sorridono e ti fanno cenno con la mano. E se tu attraversi in fretta, bene; se invece il bambino si butta per terra nel bel mezzo della strada in preda a qualche bizza imbarazzante, ti sorridono di comprensione. Tutti. Anche gli sfattoni con tatuaggi e orecchini appesi ad ogni protuberanza del viso.

Ma a Karlsruhe sono pur sempre tedeschi, e Mamma ha spesso paura di sbagliare qualcosa e di finire in prigione. Direttamente e senza passare dal via.
Tipo quando timbra i biglietti del tram e sbaglia direzione: roba da galera. O quando parla al telefonino per strada e teme la multa anche se a piedi. O quando è al supermercato e si ricorda di avere una bottiglietta d'acqua in borsa: le tremano le gambe.
O ogni volta che esce coi bambini, ha il suo chiodo fisso:
"Entschuldigung... una piccola domanda... se Macco pipì fare al parco, è possibile... o polizia?" (traduzione più o meno letteraria del suo elevato eloquio tedesco con la direttrice del residence dove alloggia).

La risata di risposta le ha assicurato che no, non arriva la polizia perchè ai bambini è concesso tutto: "Ci mancherebbe, mia figlia ha fatto perfino ben altro sotto un albero, tirandosi giù tutti i pantaloni!" sembra che abbia detto la donna.
Se poi invece voleva dire: "Ma ci mancherebbe, se vi prendono vi fanno ben altro che la galera, vi legano sotto a un albero, vi tirano giù i pantaloni e vi espongono al pubblico ludibrio", bè... questo lo scopriremo solo vivendo.

mercoledì 24 aprile 2013

Al parco

A vederlo così sembrava proprio un cartone animato, e Mamma ha pensato di fondare il movimento per la liberazione dei bimbi giapponesi dagli stereotipi.
Ma in realtà non era uno stereotipo, era proprio un cartone: giaccone giallo, maglia rossa, zainetto blu, scarponcini imitazione-Timberland e del pantaloni... oh dei pantaloni che non dimentichi più: felpati beige, con una toppa formato gigante attaccata al sedere.
Un po' come quando vai sullo ski-lift e ti metti la rotella sul fondoschiena, solo che lui la rotella ce l'aveva attaccata ai pantaloni, e aveva la faccia nientepopodimenoche di un orsacchiotto di peluche.
Un gigantesco faccione di orsetto appiccicato al sedere di un giapponese di tre anni che andava in giro sotto uno zaino gonfio gonfio, che chissà poi cosa conteneva.
"Ora lo picchia", ha tremato Mamma quando Macco gli si è avvicinato al parco giochi.
"Lo picchia e lo butta giù dal labirinto..." ha valutato in quel frangente, e si è avvicinata giusto in tempo per vedere il suo biondino che abbracciava festoso quel buffissimo pupo appena uscito dai fumetti.
"Per stavolta è andata bene", ha sospirato lei.

Ma i brambilli erano in buona, su di giri per le novità presenti tutte insieme in quel parco delle meraviglie: lo scivolo c'era, ma per raggiungerlo bisognava scalare il castello in muratura con blocchi di pietra a dimensioni reali, reti metalliche per arrampicarsi e scalette di legno per gridare avanti miei prodi.
E un gioco di corde e funi per imparare a fare gli equilibristi, anelli per imparare l'atletica, ragnatele di reti alte fino a sei metri dal suolo per imparare a vincere le vertigini (o in caso di caduta, probabilmente, a volare), un cantiere in miniatura con carrucole per portar su la sabbia e tubi per convogliarla dove si vuole "edificare".
E il labirinto dell'acqua, senza acqua per fortuna, su cui camminare lungo ogni diramazione per imparare l'equilibrio.
"Ma guarda, ci sono ancora i cavallini!" ha esclamato Mamma osservando gli stessi cavalli a molla di tre anni prima.
"Perchè mamma, è strano?" Solo Dede le ha fatto capire la stranezza del suo stupore, lui che non è avvezzo alla breve durata dei giochi per via della sua breve memoria.

Tempo tre minuti e il piccolo era già rotoloni nella sabbia, con Mamma che passava mentalmente in rassegna il guardaroba residuo. Sarà divertente per i bimbi giocare fra la sabbia, ma per chi lava è senz'altro meglio il pulitissimo pavimento molleggiato dei parchi di Milano.
Tempo trenta minuti, e anche il grande lo seguiva a ruota, abbandonando la sua naturale repulsione allo sporco.

Dopo ore di duro lavoro, i tre sono tornati a casa. Non sono ancora pervenuti dati certi su chi fosse più stanco.
Si pensa che quella più alta del trio abbia sfiorato vette di fatica inenarrabili, ma probabilmente soltanto a causa del mal di denti, che dal lontano febbraio ancora non le ha dato mai tregua.

martedì 23 aprile 2013

Il viaggio

"Bambini, guardate le mucche!" indica Mamma dal finestrino.
"Salutate le mucche!" le fa eco Brontolo.
Un coro di acuti "Ciao!" seguito da manine salutanti li fa ridere allegri.

La macchina dei brambilla è passata attraverso campi fioriti di colza, ha ricevuto secchiate d'acqua da cieli pesanti di nubi ed è stata poi asciugata dal sole splendente, mentre i suoi abitanti hanno ammirato le montagne innevate specchiarsi in laghi cupi come il piombo fuso.
Hanno incrociato mucche e capre, pecore e barchette, ammirando senza mai stancarsi un paesaggio così perfetto da sembrare finto.
Si sono infilati nel traforo del San Gottardo che era primavera, e ne sono usciti diciassette chilometri dopo slittando sulla neve.
Hanno infine salutato la splendida Svizzera, l'unico Stato in grado di addomesticare perfino l'erba dei campi, e si sono addentrati nella germanica Foresta Nera, che a tratti lasciava il passo a sterminati campi di fragole.

Quando sono arrivati a destinazione avevano settanta chilometri di troppo all'attivo.
"Che ci vuole, è tutta dritta!" aveva sentenziato lo spavaldo guidatore in quel di Milano.
Poi, uscendo da Milano, ha pagato un casello e due uscite dopo è tornato indietro, pagandolo di nuovo: "Non era questa la strada che dovevo prendere, era quella di sinistra"
Infatti: pagato di nuovo il pedaggio per la strada di sinistra (le superstrade di Milano hanno uno strano concetto del pedaggio, facendoti pagare un prezzo fisso all'ingresso e poi pure all'uscita), hanno ben presto capito che la strada era di nuovo sbagliata, e sono tornati ancora indietro, allo stesso casello per la quarta volta.
Si è poi scoperto che la prima strada era quella giusta.

E sono arrivati qui, al quinti piano di un moderno palazzo tutto finestre, con svariate valigie, tantissimi dinosauri, un bambino che continuava a chiedere perchè parlassero ancora in italiano e un altro arrabbiatissimo e tutto bagnato di pipì.